MANIACE: LA CROCIATA SULLA BANALITA’ DEL MALE «QUI SIAMO POCHI E CI SONO I MAFIOSI MA NON SIGNIFICA CHE LO SIAMO TUTTI»

Quando, negli anni 60, braccianti e pastori costruirono – con pochi spiccioli e molto sudore – una chiesetta rupestre e un budello di strada, lui c’era. Così come c’era, in prima linea, quando nel 1973 gli abitanti della frazione – laddove c’era soltanto l’acqua degli abbeveratoi, come se fosse un presepe – realizzarono un acquedotto fai-da-te, oltre alla rampa di accesso al ponte sul Saraceno. Per non parlare poi della rivolta autonomistica per istituire il Comune nelle ultime zolle di quello che definì un «triste e anacronistico avanzo feudale» in Sicilia, dominio dei nipotini del duca di Nelson. Lui c’era. E i ritagli del nostro giornale, nel 1973, lo definivano «il giovane parroco leader del movimento indipendentista». E così anche dopo che nel 1981 “nacque” Maniace: quel prete instancabile restò il punto di riferimento della piccola comunità montana fra Nebrodi ed Etna, fino a scrivere, più d’un decennio dopo, un’orgogliosa lettera al Viminale, allora occupato dal ministro Vincenzo Scotti, per chiedere (e ottenere) la prima stazione dei carabinieri in paese. Monsignor Nunzio Galati c’è ancora. Oggi più che mai. E a ottantun’anni è rimasto lo stesso. Taciturno, raffinato di testa e di modi, risoluto. E ora indignato. Per quei «gravi, immeritati e diffamatori giudizi sull’intera collettività» messi nero su bianco nella relazione alla base dello scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose, sancito lo scorso maggio con un decreto del presidente della Repubblica.

Ed è proprio a Sergio Mattarella che adesso Galati, parroco del paese da 53 anni, ha scritto una lunghissima lettera. Il Comune, come emerge nelle 60 pagine di relazione, fu sciolto per la «sussistenza di concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti e indiretti degli amministratori con la criminalità organizzata e su forme di condizionamento degli stessi». Con un esplicito riferimento a un ex assessore, Rodolfo Pignarello Arcodia, a processo per mafia, che arrivò a «schiaffeggiare in sede di pre-giunta» l’ex sindaco Nino Cantali. Il tutto in un contesto di appetiti sugli appalti, controlli antimafia allegri, intimidazioni a imprese, burocrati più che accomodanti e parentele scomode. Ma Galati si rivolge a Mattarella non per «contestare la scelta né per entrare nel merito dello scioglimento», ci spiega, quanto per «ridare dignità a un popolo ferito nell’anima». Che «non che non può essere vittima di un sillogismo per cui, siccome a Maniace siamo pochissimi e quasi tutti parenti, se c’è la presenza di mafiosi siamo tutti mafiosi». Una crociata contro la banalità del male. Per il prete la conclusione della relazione sarebbe che «la descritta, famigerata Collettività dal cupo volto mafioso e correa nella “mala gestio” amministrativa diventerebbe, improvvisamente, vittima innocente da porre sotto tutela!», scrive ancora.

Galati, dunque, non è un “negazionista” della mafia a Maniace. Ma chiede rispetto anche per «quel centinaio di donne dalle mani incallite le quali non chiedono certamente alla mafia il pane per le loro famiglie, ma lo sudano – scrive a Mattarella – alzandosi ogni giorno alle quattro del mattino per raggiungere i lontani magazzini ortofrutticoli». Venerdì scorso il parroco ha incontrato in municipio i commissari prefettizi, consegnando loro un memoriale che racconta dell’assedio mafioso degli Anni 90, della “resistenza” dei maniacesi, e degli «anni sereni» che seguirono. Ma anche del ruolo della parrocchia come «supplente nel vuoto dell’opposizione consiliare». Don Nunzio ha chiesto inoltre ai commissari un incontro con il prefetto di Catania Claudio Sammartino: «Conosco la sua serietà e il suo equilibrio, e vorrei ricordargli la storia di Maniace, parlandogli delle ripercussioni negative di queste vicende in termini soprattutto di identità, per la nostra comunità, anche ecclesiale». Nel frattempo continua a fare quello che ha sempre fatto. Parla con i giovani, in parrocchia e in un circolo locale. Ricorda loro quando qualche decennio fa a Maniace c’erano le multiclassi, racconta le lotte per avere una scuola. E la soddisfazione, quando «i primi laureati in un paese fondato da pastori e braccianti raggiunsero il traguardo». Si duole per l’«inarrestabile fuga di cervelli che ha interrotto questo percorso di crescita», ma poi si commuove quando ricorda che anche chi è andato via torna almeno per gli eventi più lieti. «Come una ragazza che ha fatto carriera fuori e s’è sposata a Maniace con uno spagnolo. Alla cerimonia c’erano parenti e amici d’ogni parte del mondo. Ho fatto una messa in otto lingue, mi sentivo il Papa…». Ma Galati parla anche con i mafiosi, o presunti tali. «A uno, l’altro giorno ho detto: “Devi chiedere scusa, è anche colpa tua se Maniace è stata infangata!”. L’ho invitato – rivela – a parlare in chiesa. Lui mi ha detto che ancora non è pronto, ma che mi scriverà una lettera. Io mi fido, lo farà, l’aspetto». Mario Barresi Fonte “La Sicilia” del 19-10-2020