BRONTE: PESCHE, PISTACCHI E FORRE LAVICHE DEL SIMETO

Bronte, che con i suoi 20.000 abitanti è il Comune più grande del versante Nord Ovest dell’Etna, è conosciuto nel mondo per le pesche, il suo pistacchio, ormai ingrediente essenziale di tanti piatti e celebrato dagli chef stellati, e per il Real Collegio Capizzi, noto per la preparazione e il rigore con cui venivano seguiti gli studenti, e da cui sono usciti molti illustri personaggi siciliani. Per non parlare del famoso massacro di Bronte, conosciuto ai più grazie a un film di Florestano Vancini del 1971 (“Bronte, cronaca di un massacro”). Cinque persone furono ritenute ritenute colpevoli di una rivolta a fucilate avvenuta all’alba del 10 agosto 1860. Ma proprio tra i pistacchi e i pescheti, c’è a una attrazione molto particolare, conosciuta da pochi e mai inserita tra le mete turistiche della Sicilia, nonostante le particolarità che la contraddistinguono. Stiamo parlando delle “forre laviche del Simeto”. Una riserva naturale integrale a proteggere un lungo tratto del maggiore corso d’acqua siciliano nel quale le lave etnee, giunte sino al vecchio corso del fiume, lo hanno più volte scavalcato e da esso sono state poi scavate ed erose con splendide gole nel nero del basalto.

A Bronte, in contrada Cantera, cominciano laddove il Simeto si incontra con il fiume Troina, con uno strapiombo in cui l’acqua cade a cascata, provocando straordinari effetti ottici. Poi, passando sotto il Ponte Cantera e il ponte di Serravalle, creano un laghetto naturale immerso nella natura prima di iniziare a scendere a valle scavando la roccia lavica, con decine di laghetti e zone d’acqua in cui proliferano anche alcuni pesci. Caratteristiche delle gole sono le altezze che variano dai 5 ai 15 metri. Poi, il Simeto si allarga con un largo materasso alluvionale e i detriti provenienti dai Nebrodi, e dagli ingrottati lavici che portano a valle l’acqua dei ghiacciai dell’Etna. In questa zona la coltivazione di frutta era molto sviluppata grazie proprio alla vicinanza dell’acqua. Proprio qui è stato costruito un mulino ad acqua, oggi in parte abbandonato, una chiesa dedicata a San Francesco di Paola, e vari agglomerati rurali in cui vivevano diverse famiglie dedite all’agricoltura e all’allevamento. Ed è qui che si rinnova la memoria storica di Bronte, infatti è per l’appunto il fiume con le sue forre a separare le maggiori coltivazioni presenti a Bronte.

Scendendo lungo l’argine, infatti, nei cambi di paesaggio ci sono le varie colture presenti da secoli. E così, oltre ad ammirare la maestosità dell’Etna con il paese ai piedi, lungo le rive si trovano tanti pistacchieti incastonati nei terreni di natura lavica, e diverse piante di fichi d’india che, come il pistacchio, nascono sulla sciara. Sulle rive senza pietra lavica, invece, troviamo diverse coltivazioni di pere e pesche, oltre a mandorle, ulivi, e anche agrumeti nelle zone che vanno a valle verso il mare, dove il clima è più favorevole a queste coltivazioni, per finire a distese di pascoli, che una volta erano usati per seminare grano o fieno, e che oggi lasciano il posto a terreni brulli, o a coltivazioni di ortaggi in zone più utilizzate dall’uomo. La zona, che dal 2000 è stata riconosciuta riserva naturale integrata, nel corso degli anni non è mai stata tutelata dalle varie Amministrazioni, in quanto il decreto di istituzione, non ha riconosciuto un ente a cui dare i compiti di sorveglianza e controllo del territorio, né ha scritto un regolamento per la fruizione o l’uso del territorio. Per fortuna, sia la mano dell’uomo sia la stessa natura in gran parte inaccessibile, hanno conservato un bene naturale unico e particolare, che però, è poco conosciuto a tutti, tranne a qualche amante del trekking o di escursioni ambientali.

Al sito, a qualche chilometro a valle da Bronte, si accede dal Ponte Cantera, costruito sui resti di quello fatto edificare da Ruggero nel 1121, e posto accanto al Ponte di Serravalle, costruito intorno al 1769, e oggi inagibile e abbandonato. Dal ponte si possono ammirare cadute d’acqua spettacolari che scorrono tra le rocce laviche, e questo paesaggio si alterna con larghe anse del fiume, che scendono verso il mare passando da un altro sito storico, il ponte dei Saraceni, in territorio di Adrano, che è più accessibile e che ha pure una zona con le forre. Zone bellissime, spesso incontaminate, dove nei secoli è avvenuto lo scontro tra l’acqua e il fuoco dell’Etna, e che grazie al vulcano, ha creato paesaggi da favola. LUIGI SAITTA Fonte “La Sicilia” del 30-07-2019

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