RANDAZZO, SUI SOCIAL: «SIETE LA FECCIA DELLA CITTA’». PER IL GIP E’ DIFFAMAZIONE

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Sì, certo, la voglia di cantargliene quattro a politici e amministratori, spesso è forte e irrefrenabile. Ma attenzione a oltrepassare la linea sottilissima tra libertà di critica e offesa della reputazione altrui. Un semplice commento può trasformarsi in una grana giudiziaria. È quanto capitato a una ragazza di 24 anni di Randazzo, accusata di diffamazione aggravata ai danni di alcuni  consiglieri comunali di opposizione. «Siete la feccia della città», li aveva definiti in un commento su Facebook. Due di loro però, Carmelo Tindaro Scalisi e Alfio Pillera, assistiti dall’avvocato Pilar Castiglia, l’hanno querelata ipotizzando gli estremi del reato diffamatorio. Il sostituto procuratore Andrea Norzi ha chiesto l’archiviazione del fascicolo, sostenendo la sussistenza della discriminante del diritto di critica. Ma il Gip del Tribunale di Catania, Sebastiano Di Giacomo Barbagallo, ha disposto l’imputazione  coatta della 24 enne in quanto quell’espressione finale è stata ritenuta «gratuitamente offensiva della reputazione dei querelanti». Il caso, dunque, rimane aperto. Tutto comincia quasi un anno fa. I consiglieri di minoranza presentano un’i n t e r r ogazione per chiedere chiarimenti al sindaco su un’iniziativa per bambini nei locali dell’ex cinema, che si riteneva privo di agibilità. Interrogazione subito pubblicata dal primo cittadino sul proprio profilo Facebook, nel quale si scatenano i commenti. Tra questi, anche quello della giovane incriminata: «E menomale che tutti e sei i consiglieri di opposizione che avete firmato questa lettera per annullare lo spettacolo, che avrebbe dovuto tenersi all’ex cinema per bambini e disabili, dite di amare la città e volere il bene dei cittadini di Randazzo. Voi che per mera ripicca state dimostrando che non volete né il bene dei cittadini né il bene della città… ». Tutto nel perimetro della libertà di espressione. Tranne il finale: «Siete la feccia della città». Uno sfogo a effetto, catalizzatore di oltre un centinaio di “Mi piace”. Insopportabile per i consiglieri Scalisi e Pillera, che,  ricordano due precedenti per sottolineare la portata diffamatoria di quell’espressione: il rinvio a giudizio del leghista Mario Borghezio, che definì “feccia della società” un gruppo di etnia Rom e la condanna che venne inflitta (otto i mesi) del magistrato Luigi Bobbio, che con la stessa parola offese la memoria di Carlo Giuliani. Non resta che attendere e verificare gli sviluppi di questa controversia. VITTORIO FIORENZA Fonte “La Sicilia” del 07-02-2018