BRONTE: PRODUCEVANO CAPI DI MODA CON 53 OPERAIE A “DOMICILIO”

Bronte.Non è la prima volta che a Bronte questa scena si ripete, ed ogni volta sconvolge l’ormai fragile comparto tessile che fino a qualche anno fa dava lavoro a 1.000 operai. La Guardia di Finanza di Bronte ha scoperto che in due aziende tessili, specializzate nel confezionamento di capi di abbigliamento per marchi nazionali, riconducibili ad una coppia di coniugi, 53 operaie lavoravano in nero direttamente a casa loro. Tutto è cominciato quando i finanzieri di Bronte hanno notato un continuo via vai di donne dalla sede dell’azienda. Nessuna di queste si intratteneva a lungo, ma tutte portavano dietro dei fardelli. Tanto è bastato alle Fiamme gialle per decidere di indagare. E così, nel rispetto delle disposizioni impartite dal Comandante provinciale della Guardia di Finanza di Catania, colonnello Francesco Gazzani, è iniziata una complessa attività di indagine, fra appostamenti e pedinamenti. Alla fine la Fiamme gialle hanno raccolto le prove: molte lavoratrici “in nero” (tutte donne), si recavano presso le sedi delle aziende per ritirare i capi d’abbigliamento da realizzare a casa e quando ultimavano il lavoro lo riportavano in fabbrica. In pratica effettuavano quello che nel gergo locale viene definito “ribattitura”, che ha finito per dare il nome all’intera operazione. E gli interrogatori delle lavoratrici hanno fatto emergere tutta la drammaticità del quadro, perché alcune di queste effettuavano lavoro subordinato per queste aziende da almeno 10 anni e fra di loro una era addirittura minorenne. Alla fine è risultato che le lavoratrici in nero erano 53 (52 per una ditta e una per l’altra), per oltre 19.500 giornate prestate. Dalle successive verifiche fiscali è emersa una frode fiscale, architettata dalle due ditte per sopperire ai costi sostenuti per il lavoro dipendente in nero, consistente nella contabilizzazione di fatture false per circa 300.000 euro e per fittizi noleggi di macchinari, con l’ulteriore e conseguente vantaggio dell’indebita detrazione dell’Iva derivante dall’emissione in acquisto di fatture per operazioni inesistenti per circa 60.000 euro. A questo punto i finanzieri hanno deciso si di controllare tutta la contabilità delle due aziende, riscontrando elementi positivi di reddito non dichiarati per oltre 125.000 euro, una base imponibile Irap sottratta a tassazione per circa 325.000 euro (da cui deriva un’imposta di oltre 20.000 euro), ritenute operate e non versate pari a 78.000 euro, ed infine Iva dovuta pari a circa 85.000 euro. Particolare non trascurabile, anche i legali rappresentanti di altre due società del nord Italia, che hanno emesso le fatture fittizie, sono state coinvolte nell’operazione, mentre la coppia titolare delle imprese brontesi è stata denunciata alla Magistratura. Ma non solo. A marito e moglie la Guardia di finanza ha comminato una sanzione particolarmente salata. Dovranno pagare subito ben 780mila euro che potrebbero diventare un milione e 100 mila euro se decidessero di presentare ricorso e dovessero soccombere alla contestazione.

Gaetano Guidotto fonte “La Sicilia” del 18-03-2012

 L’ORO BLU OLTRE LA CRISI : RITORNANO LE GRIFFE

Bronte.Non ci sono soltanto le donne delle “ribattute” cucite in casa mentre si sente borbottare la pentola col sugo e i bimbi fanno i compiti. Il regno dell’oro blu, nel profondo rosso della crisi, reca le ferite di un polo tessile affondato dalla concorrenza sui costi del lavoro. Ma anche alcuni segnali di ripresa per chi punta sulla qualità del made in Italy. Già, perché nella Bronte capitale del pistacchio e del jeans c’è qualcuno che non molla. Nonostante sia precipitato il fatturato pre-crisi (era 25 milioni l’anno), nonostante i posti di lavoro siano stati tagliati alla velocità di una macchina cucitrice che taglia l’orlo sempre più corto. L’operazione di ieri è stato un duro colpo. Per la «dignità di lavoratori umiliati ai quali va la mia comprensione e solidarietà», dice il sindaco Pino Firrarello nel congratularsi con i finanzieri. Ma c’è chi con questa storia non c’entra nulla. E vuole andare avanti. Il consorzio “Bronte Jeans”, che mette assieme sei aziende della filiera tessile. Dei 400 dipendenti ne sono rimasti 250, la metà dei quali in cassa integrazione. Eppure domani mattina arriva il carico dei materiali di una commessa importante: quella dei giubbotti Moncler. E fra qualche mese – dicono a Bronte – si potrebbe aprire un altro affarone: quello dei pantaloni Jacob Cohen, altro brand di fascia altissima della moda italiana. Non conferma e non smentisce Franco Catania, anima di “Bronte Jeans” oggi nel ruolo di consulente del gruppo. Prende le distanze dal blitz («Non riguarda la nostra attività»), anche perché quando si parla di polo tessile di Bronte si pensa subito a lui. E ci dà una moderata speranza: «Ci sono segnali di controtendenza, il mercato torna sul made in Italy di qualità. In Cina ci sono 150 milioni di ricchi che non chiedono altro…». E la possibilità concreta è di rilanciare la produzione, di far tornare in fabbrica decine di cassintegrati. «Le condizioni ci sono tutte, speriamo di farcela in pochi mesi. Il costo del lavoro è sempre un peso per la competitività. Ma la nostra è una filiera tessile completa, che va dal tessuto al capo finito. E io il bicchiere comincio a vederlo pieno per tre quarti». È proprio la strategia più volte invocata da Giuseppe Castiglione, presidente della Provicia dal cuore brontese: «La partita sul costo del lavoro è persa da anni, l’unica scelta possibile è quella basata su qualità e tecnologia». E sono gli input presi in carico da Totò Leotta, responsabile della taske-force provinciale Lavoro e sviluppo, che più volte ha fatto sedere allo stesso tavolo tutti i soggetti: «Le difficoltà non sono più solo con i concorrenti della Bulgaria, ma anche con gli italiani che riducono i costi. Per questo c’è l’idea di un consorzio unico, che condivida know-how e strategie. Ad aprile faremo il punto». Intanto i sindacati contano i posti persi: «Siamo ai minimi storici», ammette Sebastiano Luca, segretario provinciale della Uilta-Uil. «Tolti i licenziati e i cassintegrati a lavorare davvero sono rimasti in poco meno di 200. Non possiamo fare la corsa con i cinesi, né inseguire il mercato da 5 euro a jeans prodotto. Le sfide sono l’aggregazione e la filiera». Perché altrimenti l’alternativa è “delocalizzare” dalle fabbriche al salotto di casa, nel trionfo dell’economia in nero e dello sfruttamento. «Sono sconcertato – dice Luca – il quanto accaduto nell due aziende e non lo giustifico. Ma capisco che chi sta affondando si appigli a ogni cosa, comprese le schifezze, per non affondare». E adesso basteranno il piumino e il “cinque tasche” da fighetti per riemergere da questo tunnel oscuro?

Mario Barresi fonte “La Sicilia” del 18-03-2012

IL PLAUSO DI FIRRARELLO PER L’OPERAZIONE “RIBATTITURA”

A seguito dell’operazione della Guardia di Finanza di Bronte denominata “Ribattitura”,  alle lavoratrici in nero è giunta la solidarietà del sindaco di Bronte, Pino Firrarello, che ha rivolto anche un plauso alla Guardia di Finanza per l’operazione effettuata.  “Il lavoro da dignità alle famiglie e reifica l’individuo. – ha affermato il primo cittadino – Utilizzare un lavoratore in nero o sottopagarlo invece vuol dire umiliarlo. A questi lavoratori va tutta la mia comprensione e la solidarietà. Alla Guarda di Finanza, invece, – ha continuato Firrarello – rivolgo un sentito plauso per aver ancora una volta reso incisiva l’azione di contrasto alle diverse forme di sfruttamento del lavoro, ed agito a garanzia dell’osservanza alle norme”.

L’addetto stampa Gaetano Guidotto