MAFIA E ANTIMAFIA IL MISTERO DEI NEBRODI: AGGUATO AD ANTOCI, ALTRE INDAGINI

Non sono stati i mafiosi. O meglio: “quei” presunti mafiosi dei Nebrodi. Con il tentato attentato a Giuseppe Antoci non c’entra alcuno dei 14 indagati, tutti archiviati dal gip di Messina. «L’avvenuta esplorazione di ogni possibile spunto investigativo», scrive il giudice Eugenio Fiorentino, «non consente di ravvisare ulteriori attività compiutamente idonee all’individuazione di alcuno degli autori dei delitti contestati». E questa, carte alla mano, è l’unica certezza giudiziaria su ciò che accadde, nella notte fra il 17 e il 18 maggio del 2016, sui tornanti della strada statale 289 fra San Fratello e Cesarò: la Lancia “Thesis” blindata su cui viaggiavano l’ex presidente del Parco dei Nebrodi e due uomini della sua scorta, fu bloccata con delle pietre sulla carreggiata e poi attinta da «tre colpi in calibro 12 a palla unica verosimilmente del tipo Cervo o Brenneke», come dice la Scientifica di Roma. Dopo due anni di indagini (intercettazioni a tappeto, acquisizione di migliaia di tabulati telefonici, ricostruzioni tecniche hitech, consultazioni di fonti confidenziali fra le cosche dei Nebrodi, prelievi di dna), la Dda di Messina s’è dovuta arrendere. Almeno sulla doppia pista iniziale: gli allevatori che, dopo il “protocollo Antoci”, ricevettero l’interdittiva antimafia, perdendo l’affidamento dei terreni e i contributi Ue; alcune «vedette dei gruppi mafiosi», citate in un’annotazione di Daniele Manganaro (dirigente del commissariato di Barcellona Pozzo di Gotto) dopo le confidenze del sindaco di Cesarò, Salvatore Calì. Quest’ultimo, assieme ad Antoci, Managaro e altri agenti, la sera del 17 maggio era stato a cena al ristorante “Mazzurco”, al bivio per Troina. Il commissario Manganaro intervenne e, secondo i racconti dei protagonisti, sventò l’attentato. Ma il caso non è chiuso. E non soltanto per le dichiarazioni di Nicola Morra, presidente della commissione Antimafia, che nell’intervista pubblicata su La Sicilia di ieri, ha esplicitato i «tanti dubbi» sulla vicenda: «Chi sono stati i mandanti? Chi sono stati gli esecutori? L’archiviazione, che ho studiato, pone interrogativi che credo debbano avere delle risposte». Morra ha più volte parlato di Antoci nel contesto del “sistema Montante”.

Ma fra l’ex presidente del Parco dei Nebrodi e l’ex leader confindustriale sotto processo a Caltanissetta non c’è un rapporto diretto. «Io Montante l’ho visto soltanto una volta in vita mia, in una manifestazione a Santo Stefano di Camastra, non so neanche che voce avesse», va ripetendo l’esponente del Pd, fra i papabili della lista per le Europee prima del passo indietro «per ragioni di sicurezza». L’unico “link” fra Antoci e Montante è l’ex senatore Beppe Lumia, legatissimo a entrambi, icona di una stagione della legalità oggi messa in discussione dalla relazione della commissione Antimafia dell’Ars guidata da Claudio Fava. La ricerca della verità è resa ancor più ardua in un terreno minato da “faide” interne alla polizia e da conflitti (non solo sulle competenze) fra poliziotti e carabinieri; con la sagoma, in controluce, di qualche “manina” dei servizi segreti. Bisogna dunque partire dalle carte. Per la Dda di Messina «prima facie, si ipotizzava un vero e proprio agguato, meticolosamente pianificato, organizzato ed attuato con tecniche di tipo “militare”», scrivono i magistrati sulle «indagini immediatamente successive al fatto». E lo stesso gip Fiorentino parla di un’azione finalizzata «non a compiere un semplice atto intimidatorio e/o dimostrativo, ma al deliberato scopo di uccidere».

Il decreto di archiviazione richiama «integralmente» le «articolate motivazioni» della Procura. In effetti il lavoro del procuratore Maurizio de Lucia, che ha coordinato i pm Angelo Cavallo, Vito Di Giorgio e Fabrizio Monaco, è molto scrupoloso. Basandosi anche sulla ricostruzione sperimentale in 3D della Scientifica di Roma, la conclusione, «con ragionevole certezza» è che «i colpi di fucile esplosi non erano idonei a cagionare la morte dell’Antoci», un assunto fondato «sia sulla direzione dei colpi che sulla distanza di sparo». Chi sparò «avrebbe potuto indirizzare i colpi verso il finestrino posteriore» dell’auto «con alte probabilità di mandarlo in frantumi», al di là del fatto che Antoci «si trovava seduto dal lato opposto rispetto a quello attinto dai colpi». L’obiettivo dell’«azione di fuoco», dunque, sarebbe stato «provocare l’arresto dell’autovettura» in modo da poter poi «lanciare le bottiglie molotov e indurre gli occupanti del mezzo a uscire allo scoperto, con le conseguenti e prevedibili nefaste conseguenze». Sul luogo dell’attentato sono stati trovati cinque mozziconi di sigarette: tre di “Rothmans”, una di “Camel” e una di “B&H”. I profili genetici ricostruiti (appartenenti a due individui di sesso maschile) non corrispondono ad alcuno dei 14 indagati. E ancora: tra mezzanotte e le tre del 18 maggio nessuna delle utenze riconducibili ai sospettati viene agganciata dalla cella telefonica del luogo dell’agguato; un buco nell’ac – qua il report (esteso da un mese prima a un mese dopo l’agguato) sui contatti fra gli indagati. E le intercettazioni? Al di là di una maniacale prudenza e di alcune bonifiche nelle auto, raccontano di uno smarrimento, se non addirittura di una presa di distanza, dei diretti interessati. Il 17 dicembre 2016 viene captato un dialogo fra i fratelli Giuseppe e «Questi sono convinti che questa cosa era la nostra». «Ma tu con chi parli parli, dice: questo attentato se lo sono fatti loro». «A noialtri mai potrebbe venire questa idea, mai ci potremmo arrivare. Noialtri ci viene che… dobbiamo vendere il porcello». Addirittura c’è il riferimento a un precedente: la minaccia (una scritta con lo spray «Santo t. finirà come Antoci») auto-simulata da Santo Pappalardo, imprenditore che guidava il consorzio Amp Nebrodi, poi reo confesso. Chiarito anche il giallo di una «registrazione» in possesso di Salvatore Armeli Iapichino, detto “Zicchinetta”, più volte evocata dagli indagati nelle intercettazioni. In una perquisizione in casa dell’indagato viene sequestrato un Samsung con un file audio salvato col nome “Silvo Pastorale”. Ma il contenuto, in cui alcuni parlano di una «mega truffa», «non aveva alcuna attinenza con l’attentato». Giusto per non lasciare nulla d’intentato, i pm hanno battuto anche la pista di un aspirante pentito: Massimiliano Mercurio, palermitano, rivela il 2 marzo 2017 di avere saputo, quand’era in carcere a Sanremo, da tale Roberto Mandalà, che fa i nomi di mandanti ed esecutori dell’agguato ad Antoci: esponenti di Cosa Nostra di Palermo.

Ma Mercurio è «un soggetto ritenuto totalmente inattendibile» da più Procure. E poi ci sono le “indagini sulle indagini”. Partite da una relazione di servizio depositata il 12 aprile 2017 da Mario Ceraolo, all’epoca dirigente del commissariato di Barcellona, subito ascoltato dai pm. Ai quali racconta di un colloquio avvenuto, dopo l’attentato, con Tiziano Granata, come lui originario di Gliaca di Piranino e legato da un «rapporto confidenziale», poliziotto che quella notte giudava l’auto con dentro Manganaro, una Suzuki “Vitara”. «Granata mi disse che Manganaro iniziò a essere impaziente per partire perché aveva notato movimenti di persone sospette. “Mi disse andiamocene e raggiungiamo Antoci, abbiamo fatto anche una scorciatoia per raggiungerlo”», ricostruisce Ceraolo. E fin qui nulla di strano: un commissario che fiuta il pericolo per l’icona antimafia dei Nebrodi. Ma, nella ricostruzione dell’ex vice questore (oggi avvocato, fu anche assessore designato da Dino Bramanti a Messina) c’è qualcosa di strano: «Granata mi ha detto di non aver visto né persone né sparare, mi ha detto “io non ho visto nessuno sul luogo”. Lui ha detto di aver appreso da Manganaro, ritengo in un momento successivo, che Manganaro aveva intravisto nel bosco allontanarsi una persona che indossava pantaloni con i colori mimetici». Un racconto che non coincide con quello agli atti. Interrogati dai magistrati, Manganaro e Granata riferiscono di aver visto qualcuno «armato e travisato» che indossava «una giacca mimetica». E il commissario racconta di aver cominciato a sparare con la pistola dal finestrino, di essere sceso e poi di aver esploso altri colpi verso il buio degli alberi. Quindi, messi in fuga i presunti attentatori, avrebbe fatto salire Antoci sulla macchina di servizio insieme al capo scorta Salvatore Santostefano, portandolo al sicuro al rifugio della Forestale detto “Casello Muto”. Su quest’ultimo passaggio le testimonianze non sono concordanti in un dettaglio: Manganaro riferisce che è Santostefano a dire «portiamoci subito il presidente», il caposcorta invece sostiene che sia stato il commissario a dare l’ordine.

Ma comunque la versione fornita da Manganaro ai pm è la stessa raccontata al collega Ceraolo in un colloquio informale fra i due. «Lo definì un commando di catanesi di almeno dieci-dodici persone che riteneva fossero distribuite a destra, in una posizione sopraelevata rispetto alla strada, e a sinistra, in base al numero di cicche di sigarette rinvenute sul posto». E ancora: «Lui mi disse che riteneva di aver colpito qualcuno perché erano state trovate tracce di sangue». Lo stesso «sangue dei mafiosi» evocato da Rosario Crocetta in una conferenza stampa. Nessun riscontro. Ma Granata e, soprattutto, Manganaro smentiscono Ceraolo e confermano la ricostruzione ufficiale. «Vuole distruggermi la carriera», sostiene il commissario-angelo di Antoci. I due lo querelano per calunnia. Granata, 40 anni, è stato trovato morto il 1º marzo 2018: arresto cardiaco, secondo l’autopsia. L’indomani il decesso di Rino Todaro, agente del commissariato di Sant’Agata di Militello e componente della “squadra dei vegetariani” guidata da Manganaro, gli specialisti nella caccia ai mafiosi dei pascoli: sospetta leucemia fulminante. Su entrambi i casi sono in corso indagini. Manganaro è stato trasferito al commissariato di Tarquinia. Ceraolo (che ora fa l’avvocato a Roma) confidò ai pm anche che, subito dopo l’attentato, il procuratore capo di Messina Guido Lo Forte gli chiese riscontri sulle fonti più vicine alla cosca di Barcellona. «La risposta è stata unanime – ha detto Ceraolo anche a Report – tutte le fonti hanno riferito che la mafia non c’entrava nulla e che si trattava di una babbarìa». Non c’è più quasi nessuno, dei protagonisti di quella notte di spari e di terrore. Sembra una maledizione che condanna Antoci, il primo ad avere diritto di conoscere la verità, alla solitudine.

Macchiata da una raffica di esposti anonimi. Anche su questi, ha indagato la Dda di Messina: apparivano «prima facie calunniosi». Negli anonimi, «particolarmente dettagliati» con «aspetti della vicenda che potevano essere conosciuti solo a soggetti che avevano accesso a informazioni riservate», s’avanza la tesi di «una callida simulazione finalizzata a ragioni di tornaconto politico e professionale». Si fa riferimento a un presunto ritardo nel dare l’allarme da parte di Manganaro e si avanza il dubbio che in realtà i massi occupassero solo metà della sede stradale e, per questo, si sarebbero potuti aggirare. «Ma nessuno degli elementi indicati negli esposti come anomali e indicativi di una messinscena hanno trovato un significativo riscontro». E allora si riparte. Dalle poche certezze e dai tanti misteri. A Messina, dove la Dda, dopo l’archiviazione, non molla la ricerca della verità. Ma anche a Patti, dove adesso il procuratore capo è Cavallo, uno dei pm che indagò a Messina. Sul suo tavolo l’informativa di Ceraolo e altre carte. Utili per il fascicolo sulla morte di Granata. Ma anche per un nuovo filone – si parla di un “modello 45”, per ora senza notizie di reato – per riavvolgere alcune scene di quel film sui Nebrodi di due anni fa. Mario Barresi Fonte “La Sicilia” del 07-05-2019