“DOPO TANTI ANNI TRASCORSI IN CAMERUN CONTINUO A FARE IL MISSIONARIO A BRONTE”

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Si può essere preti missionari anche rimanendo in Italia, senza raggiungere l’Africa o l’America latina, dove, certo, è maggiore la necessità di portare un aiuto concreto a chi soffre, seguendo il Vangelo. Perché la crisi economica in questi anni in Sicilia ha reso
poveri anche coloro che in passato hanno lavorato con bravura, impegno e dignità e c’è bisogno della parola di Dio per dare conforto a chi il lavoro lo ha perso o a chi, nonostante studi e sforzi, non lo ha mai trovato. Ne è esempio padre Salvatore Maggio, da 2 anni e mezzo parroco della chiesa di San Giuseppe a Bronte. Padre Maggio, 48 anni, originario di Randazzo, è stato in Camerun, ha visto l’angoscia di un popolo che soffre per la povertà, ma quando, a causa della sua salute, è stato costretto a tornare in Italia non ha cambiato il suo modo di vivere il sacerdozio, perché «c’è tanta sofferenza anche qui e bisogna alleviarla attraverso la parola del Signore». D’altronde Papa Francesco rivolgendosi ai sacerdoti lo ha ribadito con forza: «Che prete desidero essere? – ha domandato il Santo Padre – Un “prete da salotto”, oppure un discepolo missionario a cui arde il cuore per il Maestro e per il Popolo di Dio?». E padre Maggio sconosce le “attività da salotto” e quando le incombenze della sua parrocchia lo permettono fa visita ai carcerati di Biccocca e, se può, mette la mano in tasca per aiutare qualche famiglia che non riesce più a pagare le bollette, non ha niente per mangiare o per riscaldare casa. Noi abbiamo incontrato padre Maggio sul sacrario della chiesa di S. Giuseppe. Una parrocchia da sempre molto attiva che rivolge non solo attenzione verso i giovani, ma a tutti coloro che chiedono aiuto. Questa parrocchia, infatti, dà una casa ai gruppi Scout ed è base stabile per le attività della Caritas e del Banco alimentare. Padre Maggio ci parla della sua esperienza in Camerun: «Nel 1997 sono partito per il continente africano. Lì ho iniziato gli studi nell’Università cattolica dell’Africa centrale aggregata alla “Gregoriana” di Roma. Poi il seminario  internazionale “Redentoris mater” del cammino neocatecumenale. Nel 2004 sono stato ordinato sacerdote e ho prestato la mia opera in una parrocchia di periferia a Douala in Camerun, una città di circa 4 milioni di abitanti. Lì non mancavano criminalità, droga e violenza di ogni genere. Nel carcere, che poteva ospitare non più di 1000 persone, vivevano stipati circa 4000 carcerati, ed io ero il loro cappellano. Una esperienza che rifarei senza batter ciglio, anche se una notte 8 banditi armati, sicuramente sotto effetto di droga, ci hanno portato via tutto, mobili, vestiti e pure scarpe ed occhiali, picchiando un confratello e nel 1998, durante i mondiali di calcio in Francia dopo l’eliminazione del Camerun, c’è stata una ribellione contro i bianchi. Ricordo che aggredivano tutti quelli che non erano di colore con bastoni e machete. Io e gli altri sacerdoti ci siam dovuti rifugiare in chiesa per circa 7 giorni scortati dai militari. Poi nel 2009 motivi di salute mi hanno costretto a lasciare l’Africa per recarmi in Medioriente, prima di tornare in Sicilia. Sono stato nella chiesa di Sant’Agata a Bronte, poi a Maletto ed adesso sono tornato qui». E qui padre Maggio, nonostante le differenze, non ha smesso di fare il missionario. «Quando posso – ci racconta –vado a trovare i carcerati di Bicocca. Incontrando i carcerati ci si rende conto del loro disagio e della loro voglia di incontrare Dio. Loro sanno di avere commesso dei peccati e di avere delle colpe e spesso mi chiedono se Nostro Signore potrà perdonarli». Ma dove padre Maggio rivolge particolare attenzione è il quartiere di San Giuseppe: «È un quartiere con tante case popolari, dove i bisogni sembrano aumentare sempre più. Sono, infatti, decine e decine le famiglie che vivono nell’indigenza. E, credetemi, non ci troviamo soltanto di fronte ad una forma classica di povertà, ma c’è molto di più. Tante famiglie che fino a qualche anno fa potevano contare su un buon reddito, adesso non hanno più da vivere. C’è chi a causa della crisi ha perso il lavoro ed allora è costretto a rivolgersi a noi. A queste famiglie dobbiamo sommare quelle, e sono la stragrande maggioranza, che vivono in povertà ma si vergognano a chiederci aiuto. In questo caso quando noi in parrocchia veniamo a conoscenza di determinate situazioni, attraverso la Caritas o il Banco alimentare, nell’assoluto silenzio e nel rispetto dell’identità provvediamo a portare a casa dei viveri di prima necessità». Ma a preoccupare di più padre Maggio sono i giovani: «Ci sono – infatti racconta – tanti giovani disoccupati. Sono di certo la maggior parte e questo è un problema grave, perché la mancanza di lavoro sfocia nella paura, nello scoramento e nella depressione. Ma io sogno di costruire un giorno una Casa dei giovani, una sorta di centro polivalente dove possano emergere i talenti e si facciano laboratori. Con l’aiuto di Dio, un giorno ci riuscirò».

IL QUARTIERE: CASE POPOLARI E NUOVI EDIFICI IN CUI VIVONO 2700 FAMIGLIE – Quello di San Giuseppe è uno dei quartieri più popolosi di Bronte. Vi vivono circa 2700 famiglie. Ci sono abitazioni unifamiliari, condomini, ma soprattutto tante case popolari.
Tutto sommato è di recente realizzazione. Gli storici raccontano che la linea ferrata della Ferrovia Circumentea, che oggi attraversa e divide l’intero quartiere, fino a 70 anni fa più che case attraversava campagne, quello che i brontesi chiamavano “Sciarone”. L’espansione urbanistica quindi è tutto sommato recente, come recente è la realizzazione della Chiesa. Nella cittadina dove, leggendo le “Memorie storiche di Bronte” di Benedetto Radice, un tempo dovevano esserci una trentina di Chiese, la penultima ad essere costruita fu proprio quella di San Giuseppe. L’ultima fu quella di Sant’Agata nell’altrettanto quartiere popoloso di Sciarotta. Le tante case popolari, come quelle nel viale Sardegna, sono quasi sempre costeggiate dal tratto interno della strada statale 284. Strade importanti come il viale della Regione, che ospita 2 istituti superiori e un plesso di scuola elementare, infatti, altro non sono che il tratto interno della Strada statale Adrano-Randazzo con tutti gli aspetti negativi che questo comporta in termini di smog, congestione del traffico e transito dei mezzi pesanti. L’aspetto positivo è che lungo la Statale sono sorti diversi negozi, attività commerciali e bar. Perché, non dimentichiamolo, nonostante tutte le difficoltà del periodo,  Bronte è una cittadina viva. Come mostrano i segni sull’asfalto delle strade fino a qualche mese fa la piazza Baden Powel e le strade vicine ospitavano il mercato settimanale e si sa che questo rappresenta per i residenti gioie, ma anche dolori. A sentire i residenti in questo quartiere la vita scorre tranquillamente. Certo c’è chi chiede strade migliori soprattutto dove le pendenze diventano importanti, con la Chiesa fa un po’ da centro di aggregazione di una comunità che vive con grande dignità e senso civico, ma è tanto preoccupata per il futuro dei giovani.

«ALMENO IL 20% DEI RESIDENTI ASPETTA LA BORSA DELLA SPESA» – Padre Maggio nella sua “missione” a favore della gente del quartiere di San Giuseppe non è solo. Fra i tanti che lo aiutano nelle attività c’è Salvatore Anastasi, brontese di 63 anni, e nella vita fa il carpentiere. Un lavoro non certo leggero che lo spinge anche oltre i confini della Sicilia. Ma il suo week end, dopo una settimana di duro lavoro, è quasi tutto dedicato alla parrocchia. Lo conferma egli stesso con viso allegro che però si incupisce
quando gli chiediamo di raccontarci la sua attività con il Banco alimentare: «Sono qui da tempo. – ci racconta – Ho aiutato per tanti anni padre Luigi Camuto ed adesso aiuto anche padre Maggio. Quando arriva il furgoncino con i beni del Banco alimentare
noi provvediamo a distribuirli alle famiglie bisognose. Ci sono famiglie che strette dalla necessità chiedono aiuto a padre Maggio, ma la maggior parte non lo chiede per umiltà. Noi li capiamo e quando veniamo a conoscenza delle loro esigenze prendiamo una borsa piena di spesa e la consegniamo. Io non credo di esagerare se vi dico che almeno il 20% dei residenti di questo quartiere oggi aspettano che arriviamo noi con la borsa della spesa». Il signor Anastasi, assieme agli altri attivisti della parrocchia sono
contenti di mettere a disposizione il loro tempo, ma a Bronte non sono i soli a pensare ai più deboli ed agli indigenti: «Sappiate che non distribuiamo solo il cibo del Banco alimentare, – infatti ci spiega – riceviamo, infatti, anche tante donazioni da gente comune».   Gaetano Guidotto Fonte “La Sicilia” del 19-11-2017